Un amico in comune era Franco Califano, che, ironia della sorte, morirà proprio nello stesso anno di Tocchio. Al “Pascià”, Califano arrivò persino a cantare gratis, proprio in virtù dell’amicizia di ferro con “Franco”, il patron, l’istrione, il copresidente della Viterbese. Molti ricordano il suo perdurante “look anni ’70”, i pantaloni bianchi, camicia bianca, cappello di paglia, occhiali neri, catena al collo. Eppoi donne e macchine, tutte belle, come le spiagge e locali notturni che frequentava. E la voce, considerata da molti da “poeta maledetto”, di uno che si era attaccato in modo amabile all’ormai terra adottiva del mare toscano. Una volta, un martedì pomeriggio, alla Palazzina si presentò proprio Califano. In pochi attimi si diffuse la voce che era lì per firmare dei documenti che sancissero il suo ingresso in società, nella Viterbese. Non era vero niente, come facilmente intuibile: il “Califfo” era allo stadio solo per far visita all’amico Gianfranco e andarsene insieme a lui al termine dell’allenamento. Di tutto ciò ne parla ancora con grande entusiasmo Enrico Minozzi. Di quegli anni, del cugino Conte e di tutto ciò che girava attorno. Ha una luce gioiosa nello sguardo quando mostra alcune foto. Inevitabilmente, ci infila anche una della sua attività giornalistica, degli anni forse più belli della Roma.

DAL LIBRO “BEL CALCIO SI SPERA”

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