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IN UNA INTERVISTA DI TANTI ANNI FA DELL’AMICO – E OTTIMO GIORNALISTA – PIETRO CABRAS 


ROMA  – Tarcisio Burgnich è nato a Ruda il 25 aprile 1939. Difensore tenace, ha giocato con Udinese, Juventus, Palermo, soprattutto Inter (dal 1962 al 1974), e Napoli. Ha vinto cinque scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, una Coppa Italia. Con la Nazionale è stato campione europeo nel 1968 e secondo ai Mondiali del 1970. Conclusa la carriera sul campo, ha allenato dal 1978 al 2001.

Un’altra Roccia non c’è più, conviene lui stesso, dalla sua bella casa nella campagna toscana, vicino ad Altopascio. Roccia Burgnich ha compiuto da poco 70 anni, da quasi dieci non corre più dietro al pallone che è stato la sua vita per mezzo secolo, da quando, ragazzino, cominciò a giocare con i fratelli a Ruda, nel profondo Nord friulano, cinque figli in una famiglia di tanto lavoro e poche parole. «Giro poco, ormai. Il calcio lo guardo in Tv. Ogni tanto l’Inter mi spedisce, anche all’estero, per visionare una partita, o un giocatore. Ma capita sempre più di rado. Fino a che c’è stato il povero Giacinto, ero più impiegato». Con Facchetti, Tarcisio formava la coppia di terzini più ammirata degli Anni Sessanta e Settanta, colonne della Grande Inter di Herrera e della Nazionale di Valcareggi, campioni di tutto, d’Europa e del mondo, cementati dalla stessa filosofia di gioco, di vita, dagli stessi lunghi silenzi, «tra me e lui non si sa chi parlasse di meno», e sì che il Mago li teneva in ritiro in albergo dal giovedì al lunedì mattina dopo le partite, perché si concentrassero meglio.

Vive in Toscana da quando seguì la donna della sua vita, la signora Rosalba, sua moglie da quarantasette anni, e qui abita ancora con lei, che gli ha dato tre figli, Simonetta, Patrizia e Gualtiero, ed è anche nonno di quattro nipoti. Gli altri suoi figli sono i tantissimi giocatori che ha allenato da quando smise di giocare, nella seconda metà degli Anni Settanta, fino a dieci anni fa, ultima esperienza a Pescara, ma sono figli spesso ingrati come solo i figli sanno talvolta essere, anche se lui non lo dice, oggi lo chiamano ancora in pochi per un saluto e un consiglio, e tra questi c’è Roberto Mancini.

«Poi ho smesso, perché ormai mi chiamavano soltanto a risolvere le imprese disperate, squadre che stavano retrocedendo, “tanto se si va giù la colpa è di Burgnich”, si diceva», e anche chi ebbe il compito improbo di provare a marcare il Pelè più Pelè di sempre, nella finale di Messico Settanta, ha deciso che la misura era colma.

Un’altra Roccia non c’è più, e fu il grande Armando Picchi, suo capitano nell’Inter a ribattezzarlo così quando in un incontro tra la Spal, vecchia squadra di Armandino, e l’Inter del Mago, un giocatore ferrarese, Carlo Novelli, si scontrò appunto con Burgnich e rimase a terra, devastato. Quando Novelli si girò, da terra, vide l’ex compagno che sorrideva: «Non dirmi niente, ti capisco: ti sei scontrato con una roccia», e Tarcisio divenne Roccia per tutti. «Un altro come me? Mah, una volta c’era Gentile, poi è arrivato Cannavaro. Ora vedo le potenzialità del difensore vero in Santacroce del Napoli, l’unico capace di marcare davvero».

Non li capisce, i difensori di oggi, non si riconosce più in loro, «l’avvento della zona ha creato un alibi troppo facile, ora quando un attaccante avversario segna non si sa mai di chi sia la colpa», ragiona Burgnich a cui rimproverarono troppo severamente di aver concesso a Pelè di volare in cielo a prendere la palla di testa, Stadio Azteca, 21 giugno 1970. «Eppure con Sacchi, che pure faceva la zona, in area ognuno aveva il suo uomo: ora non si marca più come una volta. E anche per questo ho trovato difficoltà, ai ragazzi non si insegna più come si difende», lui che diceva ai suoi difensori «con un occhio e mezzo devi guardare l’uomo e con l’altra metà la palla».

Si continua ad aggiornare, Burgnich, vede tanto calcio in Tv e sempre meno allo stadio, «anche chi ha la tessera federale come me, deve fare mille trafile per entrare, richieste, autorizzazioni, va bene la sicurezza ma così ti fanno passare la voglia». Guarda le partite ma vi trova un calcio di troppi eccessi per il suo modo di ragionare. «Appena i giocatori fanno un anno buono vanno a bussare a soldi: Ibra non si rende conto che è forte perché attorno c’è un’Inter altrettanto forte, non mi sembra che nella Svezia faccia sfracelli o riesca a vincere da solo». E con nostalgia racconta il Moratti che aveva conosciuto lui, Angelo, il capostipite: «Prima ci faceva passare per Italo Allodi, quando si trattava di contratti, e solo qualche volta arrivavamo a discutere con lui. Ma non c’era trattativa, anche per chi come noi vinceva tutto nell’Inter e nella Nazionale. Al massimo ci diceva: va bene, venite a fine stagione e vediamo che cosa si può fare. E ce la dovevamo far bastare, quella frase».
fonte:corrieredellosport.it

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