«Che io vinca non è una novità. La vera rivelazione dell’Olimpiade è quell’italiana piccolina, Novella Calligaris». Questa frase stupì il mondo intero, perché a pronunciarla fu l’atleta più grande mai sceso in acqua, il nuotatore americano Mark Spitz. Quello delle sette medaglie d’oro, dei sette record del mondo in altrettante gare. Erano i giorni di Monaco, dell’Olimpiade funestata dall’attacco dei terroristi alla squadra israeliana. Ammesso che si potesse pensare allo sport, in quei frangenti, anche l’Italia poteva finalmente vantare un fenomeno delle piscine, la padovana Novella, dal carattere determinato e grintoso, che il suo allenatore seppe esaltare con una preparazione dura e ben pianificata. I giornalisti non avevano dimostrato eccessiva simpatia per la ragazza, famosa per le sue risposte pepate. Le avevano assegnato per ben due volte il Premio Limone, una sorta di ironico attestato. Agli sportivi, invece, la Calligaris era tutt’altro che antipatica. Facevano tenerezza la sua struttura minuta e aggraziata, il suo visino intelligente e il suo sorriso schietto, reso ancor più accattivante da incisivi evidenti. La padovana aveva conquistato un titolo nazionale giovanissima, a soli tredici anni. Negli anni, la sua nuotata si raffinò moltissimo e lei si completò da un punto di vista tecnico, soprattutto per la sua combattività, acquistando una bracciata armoniosa e veloce. Nonostante avesse di fronte autentici mostri sacri, come l’australiana Gould e le poco femminili atlete della Germania Est, arrivò il trionfo e le prime pagine dei quotidiani. Tutte per la piccola italiana, che dureranno fino a quando, a meno di venti anni, decise di ritirarsi, portandosi dietro la soddisfazione di aver stabilito un record del mondo e ventuno primati continentali. Diventò giornalista e diventò donna, non più lagazzina.

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