Il silenzio costruttivo avvolge i ricordi che fanno bene all’animo. Ripensare alle tante partite giocate a pallacanestro, anche sui vecchi campi in cemento, preferibilmente presso il Villaggio del Fanciullo a Viterbo, uno spazio ameno dove sono cresciute, dopo la nostra, almeno due altre generazioni di giovani. Partitelle contro chiunque, tornei inventati in cinque minuti, sfide “epiche” contro i seminaristi spagnoli, che correvano tanto giocando al calcio e si sapevano difendere pure giocando a pallacanestro. Gente eccezionale, che non si lamentava mai – chissà se per carità cristiana o altro – neanche quando un fallaccio da vecchio stopper, anziché da cestista provetto, colpiva gli occhiali del tiratore, spezzandoli in due.

Ci si ritrovava  in pochi intimi, rari appassionati, a vedere Tele Capodistria, l’unica tv che trasmetteva partite di basket dei campionanti esteri, il sabato pomeriggio. Immagini in cui si vedeva maluccio, ma bastava e avanzava. Immagini come quella dello storico canestro di “Barabba” Bariviera, della vittoria contro gli Stati Uniti, quel gancio ai Mondiali di Lubiana. I maestri inarrivabili, quella volta, vennero superati da Bisson, Zanatta, Meneghin, Masini, Recalcati – oltre che dallo stesso match winner – ed esplose l’orgoglio nazionale di quella Nazionale allenata da Giancarlo Primo.  

Nostalgia per quel passato. Nostalgia che non manca mai, quando si ripensa agli inizi, alla grande soddisfazione di scrivere di basket, grazie alla Olivetti “lettera 32”, a quei tasti che si muovevano in fretta, che qualche volta si “intrecciavano”.  Eppoi il motorino, un CF Minarelli, per andare a seguire più partite possibili, alla palestra della Verità, di cui conservo ancora le sensazioni più belle, come tutte le esperienze che non si possono più rivivere. Tutto sembrava bello e importante, anche senza categorie eccelse.

Mi sembrava un avvenimento importante anche una finale di basket giovanile  Ricordo che miglior giocatore di un torneo, ad esempio, venne giudicato Mauro Ricci, un ragazzo che si alternava tra basket e calcio con estrema naturalezza. Da centravanti, forse, aveva qualcosa in più, ma davvero difficile scegliere. E scrivere di quella squadra per me era qualcosa di estremamente piacevole. Gli articoli su Il Tempo e su Il Bulicame, quando la Garbini stava costruendo le basi con giocatori viterbesi, qualcuno quasi da “porta accanto”. Le mie esperienze giornalistiche si mossero in sintonia con lo sviluppo della squadra di basket e con la televisione accompagnai la vittoria del campionato di serie D, poi quello di serie C. Stabilii anche una simpatica amicizia con il pivot Dagradi, il quale veniva spesso in radio, insieme  a me, soprattutto per cercare di agganciare qualche ragazza che trasmetteva musica.

Si presentava, abbassandosi per entrare nella porta, sempre con l’inseparabile Canguzza, di tutt’altro carattere, che accettava con grande filosofia il ruolo di “spalla”, più che altro di “cavia”

DAL LIBRO “SOGNI, BISOGNI & SPORT

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