Ameri possedeva uno stile tutto suo nel raccontare l’avvenimento sportivo. A lui toccava sempre il «campo principale», cioè la partita ritenuta la più importante. Ma se anche avesse dovuto raccontare quella più insignificante, attraverso la sua parola pastosa e passionale, il suo entusiasmo, questo incontro sarebbe diventato comunque un grande avvenimento. Quelle sue improvvise accelerazioni, quelle impennate di voce, quelle perentorie urlate avevano il magico potere di rendere interessante la più scontata e banale azione di gioco.

Ameri non conduceva la vita da scapolone di Ciotti, ma si occupava esclusivamente di calcio. Carosio e Martellini gli avevano sbarrato, in passato, la strada delle telecronache, Aldo Biscardi gli aveva sfilato via il «Processo del lunedì». Insomma non era propriamente baciato dalla fortuna e assumeva spesso l’aria di un sopravvissuto in un mondo dove l’improvvisazione e la presunzione avevano dilagato.

Il congedo. E’ il maggio del 1991, le partite sono terminate da un’oretta. Lo studio centrale di «Tutto il calcio» saluta e ringrazia l’ultimo intervento del collega che sta per andare in pensione. Da Genova, Ameri chiede scusa a tutti, accomiatandosi dalla trasmissione, da trentasei anni di dirette, da 1600 partite raccontate, da una fetta della nostra vita che in quel momento si dissolveva nell’aria. Come un vecchio guerriero aveva brandito il microfono fino alla fine, bofonchiando solo un pò, ma verso diverse persone e cose.

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