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VITERBO – Si augura “lunga vita” sulla panchina della Viterbese, magari lunga come quella della signora Clotilde, di Castelfranco Veneto come lui, la quale, nei giorni scorsi, ha spento ben centosei candeline. Alessandro Dal Canto – da Castelfranco, appunto – ha finora mostrato un apprezzabile equilibrio, un salutare distacco dagli eccessi. Ha lavorato in quel di Canepina, che ha “eletto” a feudo della sua Viterbese e si appresta al via del campionato. Ricorda un po’, nei modi di fare, fuori e dentro il campo di gioco, un suo predecessore, Valerio Bertotto.
“Con Valerio siamo amici, abbiamo fatto il corso da allenatori insieme. E’ una gran brava persona e un tecnico con indubbie qualità”.
– Bertotto fece anche bene inizialmente, per la verità, con un calcio spontaneo, poca costruzione dal basso, nessun “coccodrillo”. Anche tu la pensi così?
“Io penso che il calcio sia sempre lo stesso. Certo, più si riesce a giocare il pallone è meglio è, ma per me è fondamentale un calcio che sia pratico, così come ritengo che bel gioco voglia dire farlo in modo logico, adattandosi alle caratteristiche dei giocatori, senza inventarsi nulla”.

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