Mauro Lucarini lo abbiamo seguito fin da quando era un ragazzo delle giovanili della Viterbese, poi giocatore del Pianoscarano, quindi allenatore rossoblù – e di tante altre realtà della Tuscia – istruttore nei vivai, quindi dirigente della stessa società rionale rossoblù.

Da lì, da quel campo in terra rossa, che ha visto passare tante generazioni di calciatori, il salto a Perugia, dove, nel frattempo, era approdato il Viterbese Gianni Moneti e lo aveva chiamato a coordinare il settore giovanile.

Era scoccata l’ora per l’ex ragazzino che giocava con la maglia gialloblù, che frequentava la scuola calcio allenandosi nel campetto dove adesso è stata costruita la tribuna per gli ospiti dello stadio Rocchi. Lì correva e si divertiva, soprattutto sbirciando l’attiguo campetto dove i giocatori della prima squadra disputavano agguerrite partite di calcio-tennis, spesso terminate, dopo la doccia, con una rivincita a biliardo, al “Bar di Pasquale”.

Al momento di quella chiamata perugina il ragazzino era cresciuto, aveva coltivato la grande passione di insegnare calcio, di approfondire la materia, di badare anche alla forma, oltre che ai contenuti. In molte società dove aveva lavorato, pur in assenza di mezzi finanziari particolarmente allettanti, aveva sempre cercato di imporre le proprie idee in merito all’immagine dei giocatori. Aveva fatto acquistare le tute uguali per tutti, possibilmente la divisa per tecnici e dirigenti, una rarità assoluta per la mentalità dell’epoca, ma anche – più in generale – per una cultura manageriale alquanto precaria nella Tuscia.

Eppure, alla fine, magari facendo qualche sacrificio in più, gli avevano dato retta, a Pianoscarano, a Vasanello, al Pilastro, modificando in parte il modo di vedere il calcio, anche da fuori, anche stando seduti in tribuna.

L’amore era – e rimane ancora oggi – per il terreno di gioco, per gli allenamenti, per la cura dei dettagli tecnici, per la voglia di far capire a tutti quel modo di interpretare il calcio e renderlo creativo e divertente.

Aveva, evidentemente, mostrato qualità importanti, strada facendo, se è vero che Moneti, nel frattempo diventato copresidente con Mauro Santopadre, lo volle portare in Umbria.

Ne parlò talmente tanto a Santopadre, descrivendo i suoi metodi e le sue idee, sia in campo sia dietro una scrivania, che convinse il presidente perugino, un giorno, a presentarsi a Pianoscarano per vederlo all’opera. Nacque così quel “volo” verso il Grifone biancorosso – occupandosi del vivaio umbro – che ha rappresentato la svolta eccellente della sua carriera.

Qualcuno ipotizzò – non senza quel pizzico di malizia che spesso è solo il riflesso dell’invidia – che fosse soprattutto per via l’amicizia che legava Lucarini al suo conterraneo. Anche quando Moneti, lasciò al Perugia, però, l’ex ragazzino gialloblù rimase al suo posto. Anzi, acquisì ancor maggiori responsabilità, con l’espletamento della carica di direttore generale.

Nessuno meglio di lui, quindi, può farci proseguire il viaggio nel mondo dei giovani, dandoci dei parametri attendibili circa la realtà odierna, dei cambiamenti, dei motivi per cui è così difficile creare giovani ed anche gestire genitori sempre più ingombranti.

“Credo – dice Mauro Lucarini – che ci siano diversi fattori che devono essere rispettati. Io ho cercato di farlo in questi anni a Perugia, dove il numero dei bambini della scuola calcio è progressivamente aumentato, così come sono proliferate le Accademy in giro per l’Italia, cui io vado a far visita di continuo. La gente vuole quello, vuole sentirsi ascoltata, diventare parte attiva di un progetto, non soltanto un numero.

Eppoi c’è l’aspetto tecnico, per me fondamentale. Io ho avuto sempre un pallino per questo, per la tecnica da sviluppare, ancor prima delle potenzialità fisiche. Ho avuto alcuni allenatori con i quali ancora mantengo ottimi rapporti: li stimo molto, anche se, rispetto a loro, ho spesso avuto idee differenti proprio su questo, perché il lavoro atletico deve essere sempre secondario rispetto alla capacità di trattare il pallone, di vedere il gioco, di sapersi muovere in campo con naturalezza.

Per far questo, però, ci vogliono degli allenatori bravi, che sappiano far vedere ai ragazzi come si fanno certe cose: non si possono soltanto spiegare teoricamente. I bambini, prima, e i ragazzi, poi, hanno necessità che qualcuno gli mostri davvero concretamente ciò di cui si sta parlando.

DAL LIBRO TUTTI IN CAMPO!

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