“BACKUP”. ROBERTO VUERICH, FABRIZIO GATTI E ALESSANDRO FRAU …
ROBERTO VUERICH
Molti calciatori hanno avuto un “nomignolo”, lui addirittura due, “Pallino” prima, “Pappagone” poi, affibbiatogli dall’allenatore Rambone alla Viterbese. Nato a Torrimpietra (che dette i natali ad un altro grandissimo difensore come Scaratti) nel ’46, rimane oggi uno dei più apprezzati – a indimenticati – della storia della Viterbese, con cui giocò stagioni di grande rilievo, inanellando 166 presenze, chidendo l’esperienza nel 1976 con la vittoria del campionato di serie D. Famoso anche per i calci di punizioni, per quella botta da lontano che gli fece anche segnare diversi gol, per essere un difensore, anche se difensore eclettico, capace di giocare in marcatura o da libero, addirittura centrocampista all’occorrenza.
FABRIZIO GATTI
Fece parte di una eccezionale “nidiata” di cestisti nati in casa, che si fecero le ossa sul campetto oratoriale all’aperto, in cemento, di via Oslavia. Insieme a Carlo Papale entrarono a furor di popolo come titolari in una Garbini piena di grossi giocatori. Furono ii primi di una lunga serie, di cui fecero parte Lega e Coletta, di qualche anno più piccoli. Fabrizio e il suo arresto e tiro che faceva sussultare una gremita palestra, proprio di via Oslavia, dove il basket viterbese visse annate speciali, vissute tra l’entusiasmo della gente.
Preso inizialmente sotto le “ali” del compianto Azzoni, compose in breve tempo, con quest’ultimo, un tandem che in quelle categorie era un vero e proprio lusso.
ALESSANDRO FRAU
Uno di quelli che “dava del tu al pallone” come pochi, che a Viterbo si rigenerò dopo qualche anno difficile per un ragazzo che aveva raggiunto forse troppo presto la serie A con la Roma e sembrava essersi un po’ perso. In maglia gialloblù disputo stagioni di altissimo livello tecnico in cui il suo repertorio suscitò applausi a scena aperta, soprattutto gli assist e quel calcio di punizione micidiale. Ha fatto anche parte di quella Viterbese che sfiorò – unico esemplare – la serie B. Rimane con piacere nella memoria di quegli sportivi che hanno avuto la fortuna di vederlo giocare alla Palazzina.
