“ANNI DI SPORT”, DALLE ORIGINI AL PRESENTE …
Le origini? Beh, la partita della domenica mattina lo era. Un rito che celebrava l’identità cestistica viterbese, di cui gli appassionati, quelli veri, non si lasciavano sfuggire l’opportunità. Porta Fiorentina come luogo speciale, anche col brutto tempo! Comunque.
A poche centinaia di metri di distanza, il campo di calcio di Via della Palazzina, in terra battuta fino agli ultimi squilli degli anni Sessanta. Un parallelo interessante, il campo all’aperto in cemento per il basket e quello terroso per il calcio, che filarono paralleli per un bel po’ di tempo, fino a quando arrivò il manto erboso – tra i più funzionali d’Italia – e il basket trovò una nuova casa, al chiuso e nel nuovo quartiere in espansione dei Cappuccini.
Un passaggio netto, dopo il quale, nulla fu più come prima. Sancì la fine di una generazione pionieristica e registrò l’avvento di un’altra, che ebbe la fortuna di vivere un periodo di grande serenità, anche seguendo le gesta dei protagonisti di questi due sport, sempre molto attivi nella città dei Papi, anche se passarono attraverso momenti difficili, retrocessioni, fallimenti, fusioni.
Di quelle vicende se ne parlava al bar, che non era solo un locale, ma un piccolo mondo che pulsava di voci, abitudini e storie condivise.
La domenica aveva un ritmo tutto suo. Dopo pranzo si finiva lì, al bar dello sport, quasi senza mettersi d’accordo. Era sottinteso. L’aria era densa di fumo, i tavolini occupati da mani che stringevano la sigaretta o la tazzina caffè. Stringevano, poi, la penna, pronti a segnare un pronostico che si azzeccava sulla schedina. La schedina del Totocalcio, con quei colori inconfondibili, gli “1 X 2” da scegliere con cura. Le discussioni accese per provare a “fare il 13” che avrebbe cambiato la vita.
Dietro al bancone il barista sbuffava, qualche volta sorrideva e qualche volta urlava. Serviva un Cynar, poi un gelato, poi un altro caffè, quindi la “nostra frenata”, sempre con una parola per tutti. Perché quel bar era una comunità, prima ancora che un’attività commerciale.
In un angolo, poi, la cabina telefonica, con la porta di legno che si chiudeva male, che bisognava tenere con una mano, per evitare che qualcuno, non gradito, potesse udire. Erano luoghi semplici, ma pieni di umanità. E forse è per questo che sembrano così lontani, ma, al tempo stesso, decisamente vivi.
Quella civiltà e quel modo di vivere – come detto in premessa – ci piace tentare di perpetuarli proprio attraverso i libri, dove i personaggi della Tuscia si intersecano talvolta con quelli di altre città. Intersezioni abbastanza casuali, di cui ti accorgi solo una volta che ci stai scrivendo su.
Come nel caso di Ascoli, che entra a far parte di questo libro per la storia di Claudio Cicchi, ma anche per quella di Giancarlo Carloni, che nella squadra della ridente cittadina ascolana – a noi particolarmente cara, così come tutte le splendide Marche, negli Anni ’90 – ci trascorse tre bellissime stagioni.
E proprio parlando con lui siamo venuti a conoscenza della scomparsa – di cui eravamo all’oscuro – di Mario Chielini, inseparabile amico e collaboratore di un altro personaggio che abbiamo apprezzato molto, Mario Romani, andatosene all’improvviso al tempo del Covid. Erano due persone squisite, due competenti di calcio giovanile e dell’organizzazione sportiva, allegri e simpatici portabandiera di quello sport delle origini a cui siamo tanto legati.
