MONDIALI SENZA BATTICUORE …
di Mario Bocchio
Dal Mundial di Bearzot alle notti magiche di Italia ’90: il calcio che ci faceva sognare sembra appartenere a un altro mondo. E questi Mondiali, nell’America di Trump, ci trovano più inquieti che emozionati.
C’è stato un tempo in cui i Mondiali erano una promessa. Una promessa di estati interminabili, di televisioni accese nei cortili, di bandiere appese ai balconi, di partite ascoltate alla radio mentre il sole tramontava lentamente. C’è stato un tempo in cui aspettavamo il fischio d’inizio con l’impazienza dei bambini davanti a un regalo. I Mondiali erano il nostro romanzo d’avventura.
Forse perché eravamo più giovani e spensierati. Forse perché il calcio era più genuino, meno ossessionato dal denaro, meno schiavo del marketing, meno trasformato in una gigantesca multinazionale dell’intrattenimento.
Forse perché nel 1978 l’Argentina ci sembrava davvero dall’altra parte del mondo, misteriosa e lontana. E l’Olanda degli hippie, del calcio totale e delle maglie arancioni, aveva il fascino di una rivoluzione romantica che correva dietro a un pallone.
Forse perché il Mundial del 1982 resterà per sempre irripetibile. L’ostinazione di Bearzot contro tutti e contro tutto. I gol di Paolo Rossi quando nessuno ci credeva più. L’urlo di Tardelli che ancora oggi attraversa il tempo e ci fa venire la pelle d’oca. Quella squadra non vinse soltanto una Coppa del Mondo: vinse una battaglia contro il cinismo e il disfattismo.
Forse perché le notti magiche del 1990 continuano a vivere dentro di noi. Perché eravamo convinti che il calcio potesse ancora raccontare il Paese, i suoi sogni, le sue contraddizioni e perfino le sue speranze.
O forse perché allora il calcio era ancora un sentimento. Oggi, invece, facciamo fatica a emozionarci. Questi Mondiali che stanno per cominciare, ancora senza l’Italia, non ci fanno battere il cuore. Non ci sorprendiamo a contare i giorni che mancano all’esordio. Non c’è quella frenesia che ci accompagnava per mesi. Non c’è quell’attesa febbrile che trasformava ogni conversazione, ogni giornale, ogni bar in una vigilia permanente.
Sentiamo piuttosto una distanza. La distanza da un calcio che si è trasformato in un prodotto globale, dove i tifosi sono diventati consumatori e i giocatori marchi da vendere sui mercati internazionali. La distanza da un pallone che sembra appartenere più ai fondi d’investimento che alla gente.
E poi ci sono gli Stati Uniti. Non gli Stati Uniti che abbiamo immaginato da ragazzi attraverso il cinema, la musica e la letteratura. Non l’America che, pur con tutte le sue contraddizioni, rappresentava un’idea di apertura e di libertà.
L’America che oggi vediamo è diversa. È un Paese attraversato da profonde divisioni sociali, dove la ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi mentre milioni di persone faticano a mantenere una vita dignitosa. È un’America che spesso sembra voler riaffermare il principio della forza come strumento politico, economico e diplomatico.
Ed è inevitabile che tutto questo finisca per entrare anche nello sport. I controlli esasperati, le procedure di sicurezza che trasformano gli aeroporti in luoghi di sospetto permanente, le polemiche sui visti, le tensioni internazionali che accompagnano la partecipazione di alcune delegazioni: tutto contribuisce a creare un clima che appare lontanissimo dall’idea di festa universale che dovrebbe caratterizzare una Coppa del Mondo.
Il calcio, almeno quello che abbiamo amato, era il luogo in cui le frontiere si abbassavano. Dove una partita poteva mettere sullo stesso piano il ricco e il povero, il potente e l’ultimo degli sconosciuti. Dove contavano il talento, il coraggio e l’immaginazione.
Oggi, invece, sembra che anche il pallone stia diventando ostaggio delle paure, delle tensioni geopolitiche e degli interessi economici.
Forse stiamo semplicemente invecchiando. Forse ogni generazione è destinata a rimpiangere il proprio calcio. Eppure il problema non è soltanto la nostalgia. Perché la nostalgia riguarda ciò che eravamo. Qui, invece, riguarda soprattutto ciò che il calcio è diventato.
Non c’è più Diego Maradona a ricordarci che un ragazzo nato in una periferia poverissima può sfidare i potenti e vincere. Non ci sono più i Mondiali vissuti come una favola collettiva. Non c’è più quell’innocenza che ci faceva credere che novanta minuti potessero davvero cambiare il mondo.
Guarderemo queste partite, certo. Come si guarda un vecchio amico che si è allontanato. Con affetto. Con rispetto. Con qualche emozione che riaffiorerà all’improvviso. Ma senza quel batticuore che una volta ci teneva svegli la notte.
E forse è proprio questo il cambiamento più doloroso. Non che siano cambiati i Mondiali. Che siamo cambiati noi insieme a loro.
