“SEMBRA IERI” (VOL. 16). COME NASCEVANO GLI ARTICOLI DI UNA VOLTA
Abbiamo avuto la fortuna di scrivere tanto e su testate importanti, oltre che di inventarne altre, magari piccole, ma in grado di regalare ugualmente gioie e sensazioni, unite al fascino della libertà assoluta.
Non si sa perché, però, nel nostro cuore – oltre che nella mente – sono impresse alcune cose e alcuni momenti più di altri, più di quelli che sarebbero in cima ai desideri di chiunque avesse avuto le mie stesse opportunità.
Dovremmo prediligere, ad esempio, un richiamo in prima pagina del Corriere dello Sport, per una intervista a Fabio Capello, pubblicata nel foglio successivo, indubbiamente un cimelio, un sogno spesso irrealizzabile per un giornalista cosiddetto di provincia. Siamo stati felice di aver avuto quella finestra così prestigiosa, realizzata con grande fatica, con i minuti contati, con l’articolo praticamente dettato a braccio, a mezzanotte inoltrata, con il timore di andare a dormire ed essere svegliati per qualcosa che fosse andato storta.
Eppure, se fossimo costretti a scegliere, opteremmo per le due pagine che scrivevamo nel settantaquattro, per un quindicinale che andava per la maggiore in una Viterbo monopolizzata dalle due uniche testate giornalistiche. Sarà per via della giovane età, sarà per aver avuto un incarico che di solito a diciotto anni non si riceve, sarà per l’incoscienza di aver accettato senza pensarci neanche un minuto, sarà per la certezza di poterlo svolgere al meglio, neanche lontanamente attraversato da dubbi. Sarà per tutto questo, ma la scelta del cuore sarebbe quella, di quando era bello scrivere con la “Lettera 32” della Olivetti.
Quegli articoli scritti sul foglio che veniva ripiegato due volte, inserendo all’interno le foto, che erano difficili da pubblicare, in quanto la stampa di quel periodo aveva la costruzione in piombo tramite la linotype e per le immagini bisognava creare un cliché, che era una specie di “timbro”, tanto per rendere l’idea. Era complicato e anche costoso, per cui si cercava di ridurre al minimo l’utilizzo di immagini. Tutti gli articoli, così ripiegati, venivano accuratamente inseriti in una busta, in ordine di importanza e, quindi, di impaginazione, basilare per la tipografia, dove si andava, poi, ad assistere all’impaginazione per decidere in caso di qualche dubbio o di qualche problema. Si decideva in quella sede se dover tagliare qualche articolo o di doverne aggiungerne qualcuno all’improvviso, magari tramite dei “tappabuchi”, che erano notizie di poche righe che servivano per chiudere una colonna o una pagina.
