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“SEMBRA IERI” (VOL. 16/2). COME NASCEVANO GLI ARTICOLI DI UNA VOLTA (SECONDA PARTE)

Quel rituale, quella “creazione”, rimane ancora oggi tra le cose più belle che ci sia capitato di fare a livello giornalistico e mai avremmo immaginato che il ricordo si potesse conservare così bene nel tempo.

La memoria, per merito del cielo, è ancora molto vivida, però qualcosa, qua e là, non ha mantenuto la stessa intensità.  Ricordiao benissimo, invece, i primi giorni dell’ultimo anno di scuola superiore e il desiderio di scrivere anche articoli diversi da quelli del settore giovanile con cui avevamo iniziato, presso la redazione viterbese del quotidiano nazionale IL TEMPO. Per una questione di emergenza Ci venne data l’opportunità di scrivere il commento della partita tra Viterbese e Cassino. Rivedendo quell’articolo oggi, dobbiamo dire che ci volle un bel di coraggio nel titolare “deprimenti carenze di schemi e di idee”, quasi come un impeto per qualcosa che sapevamo non ci appartenesse ancora, così diversa da quella ponderatezza che ci ha sempre contraddistinto.

C’era poi la Coppa Italia di serie D, a cui partecipava anche il Tuscania, che giocava in casa con l’Astrea. Il caporedattore disse: “ci vuoi andare tu?” La risposta fu fulminea, fu un inequivocabile. Poi lui sembrò quasi ripensarci un attimo, aggrottò le ciglia e chiese: “ma c’è chi ti accompagna con la macchina?”

“Certo”, rispondemmo, ben sapendo, invece, del contrario. Non avevamo nessuno, ma non ci saremmo perso quella opportunità per niente al mondo. C’era il motorino con cui ci si misi pazientemente su strada in direzione di Tuscania, quando ancora la strada nuova non era stata costruita e la vecchia era veramente disagevole, tra buche e curve abbastanza pericolose. Ci volle un’oretta ad andare e un’altra a tornare: una faticaccia, ma non per chi si sentiva il ragazzo più felice del mondo.

Non faceva freddo, come tante altee volte, come una domenica di qualche mese prima, quando, di ritorno da una partita del campionato juniores tra Vitorchiano e Bagnaia, fummo costretto a scendere dal motorino ogni dieci minuti perché si congelavano  letteralmente le mani e non si riusciva né a usare la manopola del gas né, soprattutto, la leva per frenare.

Era tutto bello, anche per questo, perché le cose che ti piacevano te le conquistavi, non senza sacrifici, spesso contro tutto e contro tutti.  

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