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DAVVERO MALAGO’ ERA LA SOLUZIONE MIGLIORE?

di Mario Bocchio

L’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC arriva nel momento più delicato della storia recente del calcio italiano. Dopo la terza mancata qualificazione consecutiva a un Mondiale, il sistema aveva bisogno di una figura capace di ricostruire credibilità, rapporti istituzionali e una visione di lungo periodo. Malagò ha vinto con quasi il 69% dei voti, sostenuto dalla Serie A, dalla Serie B, dall’Assocalciatori e dall’Associazione Allenatori.

La sua candidatura presentava un punto di forza evidente: l’esperienza. Per oltre un decennio è stato il volto dello sport italiano, guidando il CONI in una delle epoche più fortunate per i risultati olimpici azzurri. Nessuno può negargli capacità relazionali, conoscenza dei meccanismi politici dello sport e autorevolezza internazionale. In una fase di emergenza, molti hanno visto in lui un “commissario morale” capace di rimettere ordine in una casa in fiamme.

Eppure la domanda resta aperta: era la scelta migliore o semplicemente la più rassicurante?

I sostenitori sottolineano che Malagò arriva dall’esterno del sistema calcistico che ha prodotto il declino della Nazionale. Non è stato dirigente federale durante gli anni delle occasioni mancate, non è stato protagonista delle lotte interne che hanno paralizzato le riforme. Per questo molti lo considerano un elemento di discontinuità.

I critici, invece, osservano che il suo nome rappresenta comunque l’establishment sportivo italiano. Non un rivoluzionario, ma un uomo di potere che da decenni occupa i vertici delle istituzioni sportive. Per loro il rischio è che cambi il presidente senza cambiare davvero il sistema: i vivai, le infrastrutture, la sostenibilità economica dei club e il rapporto tra interessi della Nazionale e quelli delle società.

La verità è che la bontà della scelta non si misurerà nelle prossime settimane e neppure nel risultato delle qualificazioni mondiali. Si misurerà tra cinque o dieci anni. Se aumenteranno i giovani italiani impiegati nei campionati professionistici, se nasceranno nuovi centri tecnici, se gli stadi verranno modernizzati e se la Nazionale tornerà stabilmente competitiva, allora Malagò verrà ricordato come l’uomo della rifondazione. Se invece il calcio italiano continuerà a rincorrere il proprio passato glorioso senza affrontare i problemi strutturali, la sua elezione apparirà come l’ennesimo cambio di poltrona in un sistema incapace di rinnovarsi.

Più che la scelta migliore, Malagò è stato probabilmente la scelta più credibile che il calcio italiano fosse in grado di esprimere in questo momento. Ma la credibilità, da sola, non basta: adesso servono riforme. E quelle non le garantisce un nome, per quanto prestigioso.

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