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QUEL DODICI AGOSTO, QUELLO DI UNA DOMENICA SPECIALE …

DAL LIBRO “DIECI”

Una domenica speciale, un dodici agosto del duemila diciotto, vissuta dalla gente di Viterbo. Vissuta da me. Una domenica che stravolse le abitudini di molti Viterbesi, per i quali agosto significa essenzialmente mare, spiaggia, ombrellone.  Avevo smesso da un paio di anni di seguire la Viterbese in trasferta, ma in  quell’estate del “diciotto” mi scattò qualcosa dentro, prendendo lo spunto dalla Coppa Italia, dove la Viterbese affrontò l’Ascoli eppoi la Sampdoria. Peraltro il Corriere dello Sport aveva ripreso a pubblicare le pagine regionali dopo diversi anni di assenza ed io, chiaramente, fui coinvolto. Mi telefonò Sandro Mita – il sei di agosto – per comunicarmelo e da quel giorno si tornò a scrivere quasi tutti i giorni. Lui si alternava – in cabina di regia – con Fabio Massimo Splendore, che avevo conosciuto molti anni prima, quando seguiva il campionato Primavera. Si era stabilito subito un bel rapporto. Suo padre era stato anche Prefetto di Viterbo e lui aveva acquistato una seconda casa a San Martino al Cimino.   Partenza per Genova. All’andata fu un lungo viaggio, avendo optato pet l’autostrada classica, quella che arriva all’Appellino e devia sulla sinistra per la Liguria. Sosta dalle parti emiliane eppoi diritto verso Sestri Levante, dove una coda interminabile, su una sola corsia, mi fece passare gran parte di quel bell’umore con cui ero partito da Viterbo. Mi si scaricò la batteria del cellulare e rimasi, perciò, disconnesso e senza più il navigatore, che avevo sul telefonino e non su quella Golf che mi aveva accompagnato in tanti anni, su e giù per l’Italia.

Trovare l’albergo Assarotti non fu facile, ma, alla fine, riuscii ad arrivare senza troppi intoppi, non più in anticipo come avevo programmato, però. Riuscii a trovare un parcheggio nei paraggi, presi la mia borsa e mi sistemai in camera per organizzarmi e farmi una doccia, oltre che per ricaricare la batteria del telefonino. Mi raggiunse la telefonata di Mita che mi chiedeva un “pezzo di colore” sull’evento, sulla gente che dalla Tuscia stava raggiungendo Genova, qualcosa che potesse fare da spalla alla cronaca della partita, scritta dal corrispondente del capoluogo ligure.

Sapevo di essere relativamente vicino allo stadio, diciamo a un chilometro e decisi di andare a piedi, non sapendo cosa avrei trovato approcciando il “Giovanni Ferraris”. Mi avviai, ma la strada sembrava non finire mai. In realtà era lontano, ma una serie di un migliaio di gradini accorciava il percorso. Gradini ripidi, sconnessi, alcuni mancanti – scesi con l’incauta scarpa espadrillas  – che misero a dura prova la ma caviglia sinistra che non era più la stessa, dopo una brutta distorsione. 

Da più di un’ora i tifosi della Samp stazionavano in una delle vie d’accesso allo stadio, chiusa al traffico per ogni partita. Erano stati predisposti anche dei fuochi di artificio da liberare al termine della gara, termine previsto per le ore ventidue e trenta, se in assenza di tempi supplementari e calci di rigore.

Arrivai in tribuna stampa, dove mi collocò un’organizzazione impeccabile, assai meno complicata di quella ascolana, della settimana precedente. Cominciò ad animarsi la tribuna centrale, quella dirimpetto a me. E cominciarono pure a farsi sentire i cinquecento arrivati dalla Tuscia, che si godevano il loro momento più bello. Gli attimi del prepartita sono proprio quelli in cui si può anche sognare, tanto non costa nulla!

Genova per noi, cantava Paolo Conte: nell’immaginario collettivo della gente di Tuscia ci poteva stare anche questo, una serata da prendersi, andando contro ogni pronostico, come quando una squadra di serie C affronta una di serie A. E non certo per una amichevole, ma con l’obbligo assoluto – per la più blasonata – di non essere eliminata dalla Coppa Italia, davanti ai propri tifosi.

Qualche rischio lo corse, perché la Viterbese fece una bella figura, piegata solo nel finale da un gol di Jantko, che decise l’incontro in uno scenario meraviglioso, inusitato per il cronista di provincia.

Tante le immagini passate veloci davanti ai suoi occhi. Tanti input indotti. Quelli di chi, nei decenni, aveva seguito la serie A in tv. I ricordi dello scudetto della Samp, ai tempi di Vialli e Mancini, la Coppa dei Campioni. Ma pure ricordi targati all’infanzia, quelli delle “solite” figurine Panini, con i giocatori così inconfondibili per via di una maglietta altrettanto particolare.

Ricordo di alcune di sampdoriani che ci scambiavamo spesso – in quanto doppioni – come quelle di Salvi e Francesconi, quest’ultimo uno dei tanti che, in quegli anni, giocava rigorosamente con i calzettoni tirati giù.

Ricordo Bob Vieri (un altro di quello dagli “stinchi a vista”), il portiere Battara, oppure le figurine meno reperibili, come quelle del difensore Corni o quella, quasi introvabile, dell’attaccante Cristin, uno dei tanti che, ancora oggi, non sa nascondere la nostalgia per quel calcio così diverso.

La stessa malinconia di Renzo Corni, centrocampista solido: suonava l’organo e il suo idolo era Keith Emerson, quello della sigla televisiva di un programma d’avanguardia che si chiamava “Odeon”. Fuori dal rettangolo di gioco, infatti, coltivava la grande passione per i tasti d’avorio con cui amava suonare brani dei Procol Harum, delle Orme e della PFM.

Il ponte Morandi. Ricordi e memorie che hanno continuato a “muoversi”, anche quando, la mattina successiva, sono transitato sul Ponte Morandi e su quella autostrada per nulla gradevole, per via dei continui tunnel che mi infastidivano la guida.

Esattamente il giorno prima di quel maledetto quattordici agosto, quando è venuto giù tutto, quando è crollata un’opera architettonica difficile da condividere, costruita sopra le case e sopra la testa della gente.

La prima cosa a cui ho pensato, dopo il crollo, è che fosse potuto essere rimasto coinvolto anche il gentile taxista che mi aveva riportato in albergo la sera, dopo la partita. L’unico che ho trovato, con una “corsa” già prenotata da una signora – anch’essa presente sulle tribune di Marassi – chiedendo cortesemente il prolungamento del percorso per lei previsto.

“Come ha visto la Samp?” La seconda domanda del taxista, dopo la richiesta di destinazione, lasciata la signora sotto il portone di casa. Alla mia risposta, “non benissimo”, una compiaciuta risposta: “son contento, visto che io tifo per il Genoa!”

In albergo ho continuato a scrivere, fino a notte fonda. C’era ancora molto da raccontare e le idee si moltiplicano. Ne venne fuori anche una pagina “similcartacea” del mio SportViterbo con il titolone “Dignitosissima”, riferita alla prova della Viterbese, ma anche a tutto il resto, alle seguite pagelle dei Gialloblù.

La sveglia della mattina dopo – di poche ore dopo, in realtà – arrivò sgradita a metà, perché la voglia di tornare indietro era tangibile. In ogni mio viaggio il desiderio di tornare è stato sempre quantomeno pari a quello di partire. Anche stavolta fu così.

Eppoi c’era anche in programma una giornata di mare in quel di Lavagna, per rilassarmi un po’ della tensione del giorno precedente, delle tante ore di viaggio, dell’attesa, della ricerca della wifi funzionante, dello scrivere fino alle tre di mattina. Nulla, però, che potesse sembrarmi un sacrificio, ma una piacevole esperienza professionale che sicuramente non ripeterò più. Ricordo tutto con piacere, l’arrivederci alla reception dell’albergo, la messa in moto della Golf e giù in discesa, verso il Porto, cercando di vedere il più possibile di Genova, per quanto si possa vedere quando si è alla guida.

Eppoi l’ingresso al casello di quella strana autostrada che attraversava la città, passando su quel ponte che non conoscevo e che solo il giorno dopo mi divenne drammaticamente “familiare”, che crollò come in un film dell’orrore. Ripensare di esserci passato sopra il giorno prima, mi mette i brividi addosso, ancora oggi..

Arrivai a Lavagna e il giorno successivo scelti l’autostrada per la Toscana  – a differenza del viaggio di andata – per poi imboccare la vecchia Aurelia.

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