“Mancano esattamente cinque minuti all’inizio dell’evento più bello della settimana, il più atteso, richiesto e venerato: la partita. Me ne sto seduto aspettando l’omino vestito di rosa o di azzurro, dipende dalla giornata e dall’umore, quasi sempre, quando sono vestiti di rosa, sono stronzi, e c’è anche da capirli, poverini. Cinque minuti. Cinque giri di orologio in cui c’è tutto, ma proprio tutto, anche chi si pettina nonostante sappia che uscito da quelle quattro mura ci sarà un inferno pronto a spettinarlo. C’è chi si mangia un cioccolatino, o chi sorseggia uno shottino di grappa, ruvida e forte, che scorre giù per il corpo come un energizzante. Cinque minuti. Qualcuno fa sempre la stessa domanda: ‘’ Salva pelle?’’ ahimè anche la risposta è sempre la stessa ‘’ Hai rotto il cazzo, compratelo!’’ potete immaginare il perché di tanta asprezza. Sono così quei cinque minuti, uno spazio piccolo ma infinito, lo spazio più romantico del calciatore dilettante, quello che davvero fa capire quanto poco sia presa in considerazione questa realtà. Ci sono ragazzi che provano emozione nel giocare una partita di Seconda Categoria, perché magari è il loro esordio, quello che per il mondo sembra banale, ma in quel momento, per quella persona è tutto, tutto il massimo della sua carriera, e credetemi, certe emozioni, vanno rispettate, perché sono vere. Sono vere perché, fondamentalmente, posano su basi che non esistono. Dietro a quella pelle un po’ sollevata dai brividi e quello sguardo perso sul pavimento infangato, non c’è nessun interesse. Quasi sempre, o forse sempre, non c’è nessun rimborso spese, nessun premio, niente, solo voglia di giocare. Giocare sì, praticare il gioco del pallone, o almeno provarci. Perché non è facile giocare nei dilettanti, non certo per il livello troppo alto, ma per tutta una serie di componenti che però, se venissero a mancare, renderebbero noioso tutto ciò che ora è tremendamente eccitante. Cinque minuti: di rumore, quello dei tacchetti sul pavimento, di conforto, quello che ti dà la pacca sulla spalla data dal capitano, di rabbia, quella che proviene dalla voglia, che a sua volta trova le sue radici più profonde nella passione. È tutto qui insomma, in questi cinque minuti che racchiudono al meglio un calcio quasi dimenticato, giocato su campi lunghi qualche metro in meno e larghi qualche metro in più. I campi della provincia Italiana, fatti di spogliatoi maleodoranti e porte scrostate, di piccoli miracoli fotografati e appesi al muro a segnare il tempo che, inesorabilmente, fa il suo corso.”

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